Due parabole di Pietro

Due parabole di Pietro

L'Evangelo come mi è stato rivelato
Secondo anno della vita pubblica di Gesù
VOLUME IV CAPITOLO 260
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Un altro contadino sospira: «Certo sarà difficile giungere alla perfezione dell’amore, per noi che è già molto se non siamo divenuti assassini dei nostri torturatori! L’animo soffre, soffre, soffre, e se anche non odia, fa fatica ad amare, come quei bambini macilenti che fanno fatica a crescere…».

«Ma no, uomo. Io credo che, proprio perché avete tanto sofferto senza giungere ad essere assassini e vendicativi, voi avete l’animo più forte del nostro nell’amore. Voi amate senza neppure avvedervene» dice Pietro per consolarli.
E si avvede di avere parlato e si interrompe per dire: «Oh! Maestro!… Ma… mi hai detto che dovevo parlare… e di trovare l’argomento anche nell’agnello che arrostivo.
Io l’ho continuato a guardare per cercare delle parole buone per questi nostri fratelli, per il loro caso. Ma, certo perché sono uno stolto, non ho trovato nulla di appropriato e, non so come, mi sono trovato molto lontano, in pensieri che non so se dire stravaganti, e allora sono certo miei, o santi, e allora sono certo venuti dal Cielo. Io li dico, così come sono venuti, e Tu, Maestro, me ne darai spiegazione o rimprovero, e voi tutti compatimento.

Guardavo dunque per prima cosa la fiamma, e mi è venuto questo pensiero: “Ecco: di che cosa è fatta la fiamma? Dalle legna.
Ora la legna di per sé non fiammeggia. Anzi, se non è bene asciutta, non fiammeggia affatto, perché l’acqua l’appesantisce e impedisce all’esca di accenderla.
La legna quando è morta giunge anche a imputridire, a sfarinarsi per i tarli, ma da sé non si accende.
Eppure, ecco che se uno la dispone in modo atto e le avvicina l’esca e l’acciarino e poi fa sorgere la scintilla e ne favorisce l’apprendersi col soffiare sulle frasche sottili per aumentare la fiammella - perché si comincia sempre dalle cose più sottili - ecco che la fiamma sorge e si fa bella e utile, e tutto investe, anche le grosse legna”.

E mi dicevo: “Noi siamo le legna. Da soli non ci accendiamo. Ma però ci vuole in noi la cura di non essere troppo pregni delle pesanti acque di carne e sangue per permettere all’esca di apprendersi con la sua scintilla. E dobbiamo desiderare di essere arsi perché, se rimaniamo inerti, possiamo essere distrutti dalle intemperie e dai tarli, ossia dall’umanità e dal demonio.
Mentre, se ci abbandoniamo al fuoco dell’amore, esso comincerà ad ardere le ramette più esili e le distruggerà - e le ramette per me erano le imperfezioni - e poi crescerà e attaccherà le legna più grosse, ossia le passioni più robuste.

E noi legna, cosa materiale, dura, opaca, brutta anche, diventeremo quella bella, incorporea, agile, splendida cosa che è la fiamma.
E tutto perché ci saremo prestati all’amore, che è l’acciarino e l’esca che del nostro misero essere di uomo peccatore fanno l’angelo del tempo futuro, il cittadino del Regno dei Cieli”. E questo è stato un pensiero».

Gesù ha alzato un poco la testa e sta ad ascoltare ad occhi chiusi, con un’ombra di sorriso sulle labbra. Gli altri guardano Pietro, ancora stupiti ma non più spaventati.

Lui continua tranquillo: «Un altro pensiero mi è venuto guardando le bestie che si cuocevano. Non dite che sono puerile nei miei pensieri. Il Maestro mi ha detto di cercarli in ciò che vedevo… E io ho ubbidito.

Dunque guardavo le bestie e dicevo: “Ecco. Sono due innocenti, due miti. La nostra Scrittura è piena di dolci allusioni all’agnello, e per ricordare Colui che è il promesso Messia e Salvatore fin da quando fu accennato nell’agnello mosaico, e per dire che Dio avrà pietà di noi. Lo dicono i profeti. Egli viene a radunare le sue pecore, a soccorrere quelle ferite, a portare quelle fratturate. Quanta bontà!” dicevo.

“Come non bisogna avere paura di un Dio che promette tanta pietà per noi miserabili! Ma” dicevo ancora, “bisogna essere miti, almeno miti, posto che innocenti non siamo. Miti e desiderosi di essere consumati dall’amore. Perché anche il più bello e puro agnellino, che diventa, dopo che viene ucciso, se la fiamma non lo cuoce? Una putrida carogna.
Mentre ecco che, se il fuoco lo investe, esso diviene cibo sano e benedetto”.

E concludevo: “Insomma tutto il bene è fatto dall’amore. Esso ci spoglia dalle pesantezze dell’umanità, ci fa splendenti e utili, ci rende buoni ai fratelli e grati a Dio. Esso sublima le nostre buone qualità naturali portandole ad una altezza che prende il nome di virtù soprannaturali. E chi è virtuoso è santo, chi è santo possiede il Cielo. Perciò quello che ci apre le vie della perfezione non è la scienza e non la paura. Ma è l’amore. Esso, molto più del timore del castigo, ci tiene lontani dal male per il desiderio di non addolorare il Signore. Esso ci fa compatire i fratelli e amarli perché vengono da Dio. Perciò l’amore è la salvezza e la santificazione dell’uomo”.
Queste erano le cose che pensavo guardando il mio arrosto e ubbidendo a Gesù mio. E perdonate se sono queste sole. Ma a me hanno fatto bene. Ve le do nella speranza che facciano bene a voi pure».

Gesù apre gli occhi, e sono raggianti.
Allunga un braccio e posa la mano sulla palla di Pietro: «In verità tu hai trovato le parole che dovevi. L’ubbidienza e l’amore te le hanno fatte trovare, e l’umiltà e il desiderio di dare consolazione ai fratelli faranno di esse tante stelle nel loro cielo oscuro. Dio ti benedica, Simone di Giona!».

«Dio benedica Te, Maestro mio! E Tu non parli?».

«Domani essi entreranno nella nuova dipendenza. Benedirò la loro entrata con la mia parola. Ora andate in pace e Dio sia con voi».